Azienda Agricola Sperimentale Regionale Improsta

SS 18 - Tirrenia Inferiore - Km 79+800 84025 EBOLI (SA)


azienda improsta

Nel seicento il territorio su cui insiste l'Azienda era denominato Lamprosta come si evince in un documento del 1634 ed apparteneva ad Augustino Ferraro de Ebolo. Su di esso era presente una torre, un'aia, una fontana, una vigna e una pagliara.  Si ritiene che quella torre fosse l'antica bufalara (o casone o casioncello) attualmente presente in azienda ed allora ricovero dei “gualani”, uomini addetti al bestiame alla stregua dei butteri.

Successivamente la proprietà viene acquisita dalla famiglia Martucci o Martuccio, distinto e facoltoso casato presente ad Eboli fin dal secolo XVI. Nel 1798 la proprietà è ancora dei Martucci, di Don Vito Martucci che la cede in fitto:
Eboli, 12 gennaio 1798 (ASSA, Protocolli notarili, busta 2385):
Don Vito Martucci di Eboli concede in fitto per sei anni a don Marco Ferrari, don Pasquale Lo Gatto, don Vincenzo di Mauro e a don Saverio e don Gennaro de Marino la difesa detta dell'Improsta situata nel territorio di Eboli per il prezzo di ducati mille e cento e rotola 30 di provole affumicate e rotola 30 di provoloni.

Sono dei primi anni dell'800 le prime cartografie in cui compare il territorio dell'Improsta con denominazione Ambrosta. La denominazione Ambrosta ci ricorda molto una frase del dialetto ebolitano “rin't a' prost'” che vuol dire “all'interno del bosco”, questa denominazione è la più attendibile essendo l'area ricca di zone boschive.

antica cartografia della zona

Stralcio cartografia: Regno di Napoli, porzione della Provincia di Principato Citeriore. Sezione 8. Colonna V.. Rilevato e disegnata dal Capitano Bredy dello Stato Maggiore Generale Austriaco nell'anno 1823.

palude con bufale

Dalle cartografie si rileva che sul territorio denominato Ambrosta era presente solo una casa rurale (bufalara) come si evince dai registri del Catasto Provvisorio di Eboli. Nel 1841 la tenuta Improsta viene acquistata dalla famiglia Farina di Baronissi (Sa) che rappresenta una delle dinastie agrarie protagoniste dei processi di riammodernamento della Piana del Sele.  Il loro patrimonio terriero contava più di 10.000 ettari di proprietà dislocate lungo tutto il territorio tra Battipaglia e Eboli con vari edifici urbani e rurali. La società anonima delle bonifiche fondata da Mattia Farina, deputato e presidente della deputazione provinciale del Regno, riprese ad inizio ‘900 le opere di trasformazione agraria nella Piana con la costruzione di una grande diga sul fiume Sele per alimentare i canali di irrigazione; in tal modo si recuperarono alla coltura vaste aree paludose e malariche.

l'antico fabbricato

L'Azienda è quindi dotata di antiche costruzioni, di notevole pregio storico ed architettonico, che costituiscono il nucleo originario del centro aziendale. Il fabbricato “Palazzo”, costruito nel 1843 per volontà del Senatore Farina su progetto di scuola Vanvitelliana, fu una delle dimore della famiglia Farina. Nel riammodernamento strutturale del territorio, oltre alle costruzioni per uso agricolo, viene edificata tra il 1841 e il 1843 un edificio di rappresentanza iscritto al Catasto Provvisorio di Eboli al foglio 47 par. 11 con la seguente dicitura: “Casino di delizia e di lusso ad uso del proprietario” (ASSA, Catasto Provvisorio Eboli).

La 'Gualaneria'

L'importanza della famiglia Farina nella Piana del Sele è testimoniata dal fatto che nel 1862 il Re d'Italia Vittorio Emanuele II, nel suo viaggio attraverso il Meridione, si fermò ad Eboli, trovando ristoro nella tenuta Improsta. A ricordo di tale passaggio i fratelli Farina deposero una lapide commemorativa sul prospetto principale dell'edificio residenziale. I suddetti fabbricati hanno subito nel corso degli anni vari interventi di ristrutturazione senza però sostanziali modifiche nella linea architettonica esterna. Notevole lo spessore delle mura perimetrali che misurano circa 2 metri di larghezza. Da notare la chiusura delle finestre con grate di ferro massiccio per difendersi dagli attacchi dei briganti che allora spadroneggiavano indisturbati, favoriti dalla natura inospitale della zona.

l'antica bufalara

Le “Bufalare” (originariamente chiamate “Casoni”) erano costruzioni di solito a pianta circolare che servivano da ricovero ai braccianti impiegati in lavori stagionali ed ai “Gualani” che erano gli addetti alla custodia delle bufale. Al centro di queste tipiche costruzioni si trovava situato un camino munito di una grande cappa, il cosiddetto “focone”, che era utilizzato di giorno per la lavorazione del latte dal quale si ricavavano caciocavalli, burro, ricotta e soprattutto provole che venivano poi sottoposte al procedimento di affumicatura; di sera serviva per cucinare, riscaldarsi e come punto di aggregazione dei lavoratori con le loro famiglie. La tipica forma circolare consentiva una funzionale divisione in settori adibiti a dormitorio per chi vi pernottava ed una migliore difesa dal brigantaggio. Nel solaio situato subito sotto la copertura dormivano invece i più giovani e vi si accatastavano le provviste alimentari. La costruzione della bufalara dell'Az. Improsta si fa risalire alla metà del 1.600 ed ha avuto diverse destinazioni d'uso nel corso dei secoli: da quello tipico di ricovero della manodopera, a dormitorio per i monaci, a scuderia per i cavalli e  deposito degli attrezzi di lavoro. Tale fabbricato, come gli altri, fu ristrutturato dall'ENCC mantenendone le strutture architettoniche originarie.

La Cappella aziendale

Accanto vi è una cappella con tanto di altare, munito ancora di pietra consacrale, confessionale ed un pregevole pavimento costituito da ceramiche vietresi dipinte a mano. Si pensa che la sua costruzione sia stata realizzata per volere di Mattia Farina, fratello del senatore Farina, nonché arcivescovo di Foggia. Da alcuni scritti si ha notizia che vi veniva a celebrare messa il padre cappuccino Errico da Pescopagano in seguito alla chiusura del convento di Eboli agli inizi del 1800.  Nel 1931 i terrenni della tenuta Improsta passano nelle mani degli Amendola di Avellino, altra importante famiglia di agrari. L'opera di bonifica diviene punto centrale per il nuovo ciclo produttivo che investe la Piana del Sele. Per i terreni dell'Improsta la bonifica integrale, che si concluderà negli anni 50, comporta il risanamento di tutta l'area paludosa e quindi la messa a coltura di altri ettari. Risalgono a questi anni la piantumazione delle prime piantine di macchia mediterranea. Le capacità imprenditoriali e agricole degli Amendola fanno in modo che la loro nuova proprietà rientri nel ciclo virtuoso che vede protagonista la Piana negli anni '30 e successivamente nel progetto di ricostruzione del secondo dopoguerra ma soprattutto nel nuovo piano di trasformazione fondiaria del Consorzio di Bonifica del 1949.

Nel 1956 l'Improsta fu rilevata dall'Ente Nazionale per la Cellulosa e la Carta che ne fece una delle aziende leader per il Meridione nella ricerca e produzione di materiale vivaistico per il rimboschimento, ai fini di abbassare il deficit che l'Italia aveva nei confronti dell'import di materia prima per la cellulosa. La gestione fu affidata alla Società Agricola e Forestale, una S.p.A. appositamente creata per avere una più efficiente operatività nella conduzione delle sue aziende sparse su tutto il territorio nazionale. Nel 1994 l'ENCC viene posto in liquidazione e, per un periodo di quasi 10 anni, la gestione mira soprattutto al mantenimento del patrimonio e dell'allevamento bufalino, finché nel 2003 il complesso di beni patrimoniali denominato “Improsta” viene devoluto a titolo gratuito alla Regione Campania.